Il governo italiano sceglie di non riaprire il testo del decreto Sicurezza in Parlamento e di intervenire solo dopo, con un nuovo decreto legge correttivo. Una soluzione che consentirebbe di rispettare i tempi stretti della conversione, ma che alza il livello dello scontro politico e istituzionale, con le opposizioni che denunciano una forzatura e il Quirinale che resta sullo sfondo.

La linea è stata confermata dalla premier Giorgia Meloni, che ha respinto le accuse di improvvisazione. “Non lo considero un pasticcio”, ha dichiarato, spiegando che i rilievi tecnici arrivati dal Colle e dalle categorie professionali coinvolte verranno tradotti in un provvedimento ad hoc. Secondo Palazzo Chigi, non c’erano margini per modificare il testo durante l’iter di conversione senza rischiare la decadenza del decreto.

Il punto più controverso riguarda la norma che introduce un incentivo economico, stimato intorno ai 615 euro, per gli avvocati che assistono migranti nelle procedure di rimpatrio volontario. Una misura che ha sollevato perplessità sia sul piano politico sia su quello tecnico, spingendo la maggioranza a valutare inizialmente modifiche in Aula.

Ipotesi poi accantonata: i relatori hanno confermato che il decreto verrà approvato “così com’è”, senza emendamenti correttivi. La correzione arriverà successivamente, attraverso un nuovo decreto legge che dovrebbe essere pubblicato contestualmente alla legge di conversione.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiarito in Aula che il governo è consapevole delle criticità emerse e si prepara a intervenire.

Allo stesso tempo, ha difeso l’impianto della norma, sottolineando che i rimpatri volontari assistiti non rappresentano una novità introdotta dall’esecutivo, ma uno strumento previsto da oltre un decennio nel quadro europeo e nazionale, più volte incoraggiato anche dalla Commissione europea.

Opposizioni all’attacco e tensione in aula

La strategia dell’esecutivo ha provocato una reazione immediata delle opposizioni, che accusano il governo di voler aggirare il confronto parlamentare e di mettere sotto pressione il Quirinale. La capogruppo del Partito democratico Chiara Braga ha parlato apertamente di “fibrillazione istituzionale senza precedenti”, denunciando un atteggiamento che “forza l’esame parlamentare e i rapporti con il Colle”.

Lo scontro è esploso anche fisicamente nell’Aula della Camera. Durante la votazione sulle pregiudiziali di costituzionalità — poi respinte — i deputati delle opposizioni hanno occupato i banchi del governo e parte dell’emiciclo.

Il presidente di turno Fabio Rampelli ha invitato a liberare i posti, arrivando poi a espellere il deputato Arturo Scotto e a sospendere la seduta. Alla ripresa, è stata convocata la conferenza dei capigruppo, mentre l’Aula veniva progressivamente sgomberata.

Una soluzione tecnica, un problema politico

La scelta di approvare il decreto e correggerlo subito dopo con un secondo intervento normativo rappresenta una soluzione tecnica per superare l’impasse, ma apre un fronte politico delicato.

Da un lato, il governo rivendica la necessità di rispettare le scadenze e di portare avanti misure considerate prioritarie in materia di sicurezza e immigrazione. Dall’altro, le opposizioni denunciano un precedente pericoloso, che rischia di svuotare il ruolo del Parlamento nella fase emendativa.

Resta inoltre il nodo del rapporto con il Quirinale. I rilievi tecnici, pur non formalizzati pubblicamente, hanno pesato sulla gestione del dossier, spingendo l’esecutivo a una soluzione che eviti un eventuale rinvio della legge alle Camere.

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